LA FONTE DEL TEMPO

LA FONTE DEL TEMPO
di Christian Caliandro

LA FONTE DEL TEMPO, opera di Dario Carmentano ideata e installata nell’Hotel Le Dimore dell’Idris di Matera per il progetto  Matera Alberga – Arte Accogliente (Matera2019).

Aperta dal 18 Gennaio 2019 all’eternità.

L’opera di Dario Carmentano  La fonte del tempo parte dal presupposto che nei Sassi  di Matera non ci sono sorgenti d’acqua a causa della permeabilità del sedimento  calcarenitico su cui insistono; mentre un elemento caratteristico delle abitazioni  sono proprio le cisterne a forma di goccia che raccolgono l’acqua piovana. Una rete  di gocce pietrificate, nascoste dietro le pareti. Queste cisterne costituiscono uno spazio urbano nascosto e interno: una città nella città, fatta di serbatoi racchiusi nelle case. Gocce che raccolgono una miriade di gocce – da tempo immemorabile.

Lo spazio di Matera non è mai quello che appare a prima vista: è stratificato, ricco,  denso. Profondo, fatto di interstizi e di insenature. Lo spazio di questa città è sfrangiato,  senza orizzonte, sprofondato, senza linee dritte a definire. Si apre e si chiude,  continuamente. Ogni livello scivola nell’altro e lo presuppone; ogni dimensione ne  implica un’altra, e un’altra, e un’altra ancora. D’altra parte, proprio grazie ai sistemi di  gestione idrica inventati dagli abitanti dei Sassi Matera è Patrimonio Unesco.

Così, la fonte-vasca di Carmentano ha una strana geometria – una forma  irregolare e esoterica che ricorda quella del “pilaccio”, un antico abbeveratoio per animali. Una goccia di acqua potabile – una al secondo – cade dal masso calcarenitico sovrastante.

Lentamente, molto lentamente, la vasca si riempie. (E, per riempire un solo bicchiere di quest’acqua, occorrono circa dieci minuti.)

Il complesso alberghiero “Le Dimore dell’Idris” si trova, infatti, immediatamente  al di sotto della Madonna dell’Idris (letteralmente Madonna dell’acqua, in dialetto  materano “La Madenn dull’utr”, Madonna del litro): in uno spazio comune, uno spazio di sosta, di incontro e di passaggio, la vasca-fonte suggerisce e ispira una  diversa percezione del tempo. Costruisce una dimensione autonoma di esistenza,  stimolando una visione comunitaria: una narrazione finzionale (la sorgente dei Sassi) diviene così l’innesco di un’esperienza di condivisione, creando un luogo in cui non valgono più le regole del “fuori” e lasciando intravedere una disposizione d’animo nei confronti del mondo al tempo stesso nuova e antica.

Nel suo lavoro così come in tutta la sua opera, Carmentano fa emergere una tradizione sommersa, che per così dire completa – e al tempo stesso contraddice – quella in piena luce. Una storia immaginaria scoperchia e riapre la realtà, quella stessa realtà che oggi rischia di essere sommersa dai modelli finzionali, molto più ampi, che gestiscono la nostra percezione e esperienza dei luoghi. Nella narrazione che si fonde con la fonte-vasca, lo spazio trova il modo di farsi tempo. Di creare, di rendere possibile un’altra forma del tempo: di fare altro spazio al tempo.

Questo dispositivo, per così dire ‘nascosto’, è un’architettura invisibile – fatta di relazioni. L’obiettivo dell’opera è anche quello di disinnescare, almeno per un attimo, il rischio sempre presente della “cartolinizzazione”, il meccanismo dell’irriconoscibilità definitiva, irreversibile di luoghi e comunità.

L’antidoto è proprio la presenza costante, organica del passato e della memoria, in base alla quale non abbiamo bisogno di attingere archeologicamente ciò che è alle nostre spalle perché esso è parte integrante del nostro spazio di esistenza attuale. Nonostante sia stata scientificamente brutalizzata dalla mutazione che ha attraversato gli ultimi decenni italiani e occidentali – intaccando anche e soprattutto la concezione del tempo e di noi stessi – continua a vivere e a resistere nelle nostre terre. L’omologazione che erode le storie comuni e individuali per consegnare ricordi prefabbricati, inutili, non ha ancora allagato tutti i luoghi identitari. Che devono essere opportunamente riattivati, sollecitati, ritrovati.

(In uno dei nostri incontri, per esempio, Dario mi ha raccontato che il tufo a vista negli interni di Matera è un’invenzione relativamente recente: la versione originaria prevedeva muri di un bianco immacolato, risultato di mani di calce che avevano anche una funzione igienica. Ecco il processo in atto: una costruzione immaginaria ma potente sostituisce la tradizione reale; una nuova, piccola fiction – come nel caso della Fonte del tempo – ha la possibilità di ristabilire, anche solo per un momento, il mondo sommerso, proiettando la storia nel futuro.)

È esattamente questa diversità che andrebbe recuperata e assaporata, insieme ai sorsi d’acqua della sorgente impossibile. Carmentano ci invita a scavalcare e superare il set, la scenografia visiva e mentale, per accedere finalmente a un’identità arcaica che ci parla da e di altre epoche, un’identità non nutrita di retorica; ci invita a oltrepassare una soglia, collocata nello spazio esterno ma ancor più – se possibile – in quello interno: una soglia che ci conduce verso altre versioni di noi stessi.

18 Gennaio 2019
Christian Caliandro

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